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IN TUTTO C'E' STATA BELLEZZA

Sulla Verità e l'esistenza della memoria

Juan José Molina l'ha definito un "libro selvaggio" che si legge come "boccheggiando". Per Munoz Molina è un "coltello affilato che perfora il palloncino della vanità":

Tutto ricordo, e tutto ricorderò (p.408)

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In fondo si potrebbe riassumere così il senso profondo del miracolo letterario che è In tutto c'è stata bellezza di Manuel Vilas (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia). Si tratta di un libro caotico, pulviscolare, in cui Manuel Vilas fonde il genere autobiografico e la poesia per generare un flusso incessante e magnifico di memorie della propria vita e non solo. Non solo perché non c'è una sola vita che sia autonoma, ma ciascuna, da quella più umile a quella più gigantesca si porta appresso, come la scia per una cometa, le tracce indelebili di altre vite. Che si sia il re di Spagna o un errante tubercolotico di Barbastro, in Aragona.

Se fossimo costretti a chiudere gli occhi - o a guardarci allo specchio - e elencare il numero delle persone che hanno avuto un qualsiasi impatto sulla nostra vita, ci ritroveremmo stupiti dalla loro quantità. I genitori, chiaramente, ma poi i fratelli, le sorelle, gli zii, i nonni, gli amici, gli amanti, i figli. Ogni vita, anche la più sola, ha una costellazione attorno, e questo è il caso anche di Vilas.

E' il 2015 quando dopo una TAC - era convinto di avere qualcosa che non andasse nel cervello - l'autore comincia un percorso rabdomantico alle origini della sua vita: al rapporto col padre, al rapporto con la madre. Il fatto che i genitori fossero entrambi morti al momento della scrittura - uno cremato, l'altra nella solitudine di un freddo loculo - aggiunge alla materia narrata un senso di enigma e di interrogazione che spingerà Vilas a porsi domande mai fatte, a confessare cose mai dette.

I ricordi dell'autore vanno dal bambino che passava ore a vedere la televisione col padre, alle giornate estive trascorse ad osservare la madre e le sue amiche prendere il sole, fino ai dolorosi blackout degli abusi sessuali per mano di un prete e di un grasso commesso di un negozio di giocattoli.

La mia intelligenza si infrange, la mia memoria si ferma. (p. 68)

La memoria non si ferma invece altrove. Ma anzi tratta la materia narrata con precisione e ricchezza di dettagli. Ogni interazione con i genitori, ogni sensazione, perfino ogni colore, tutto è ricordato, tutto è scritto. La ricerca de significato di tutta questa operazione si mostra in modo potente, quasi religioso:

Mia madre ha battezzato il mondo, ciò che non è stato nominato da mia madre mi risulta minaccioso.
Mio padre ha creato il mondo, ciò che non è stato sanzionato da mio padre mi risulta insicuro e vuoto. (p. 101)

Il rapporto con il padre e la madre, che Vilas comincia a chiamare da un certo momento in poi Bach e Wagner - i maestri della bellezza - è quasi totemico. Lui era stato un agente di commercio di stoffe catalane, mai del tutto in grado di far uscire la famiglia dalla miseria che odorava di sporco e colorava di giallo mezza Spagna, e che pure era sempre sembrato un eroe agli occhi del figlio. Lei invece era stata un'agente del caos, indifferente alla Storia, inconsapevole delle parole e del loro significato; una donna in grado di giocare nell'arco di tutta la propria vita con ogni cosa: la propria data di nascita, il secondo nome, la vita del figlio.

Quella a cui assistiamo, dallo spioncino della porta, è una vera e propria dissezione letteraria, tenera e carica d'affetto, di corpi e di ceneri. Non esiste rancore, né rabbia, ma solo una costante venerazione dell'unica ragione per cui si è e si continua ad essere, nonostante tutto: un matrimonio alle spalle, il rapporto con i figli che si va pian piano spegnendo.

Può darsi che alla fine un uomo si innamori della propria vita. E' questo che mi sta succedendo, mi succede da alcuni mesi. La mia anima torna nelle regioni dell'ebrezza dell'innamoramento. L'ebbrezza te la porti dalla nascita. Quello che non potevo immaginare è questa rinconciliazione con me stesso. (p. 360).

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Il motore inesauribile del libro, più che il bisogno di raccontare è il desiderio vitale di Verità. Non c'è terapia nel ricordo, né balsamo per l'anima. L'autore, per dirne uno, non è il Berto de Il male oscuro. Scoprire quello che si è stati e quello che sono state le persone amate prima ancora che noi nascessimo. Tutto qui.

La parola Verità, ha la sua origine etimologica nel greco ἀλήθεια, alétheia. Possiamo tradurre il tutto dunque in termini negativi, vista la presenza della a-privativa. Non nascondimento, è questo in fondo il senso profondo di dire la verità, di svelarla. E in termini più pratici portare alla luce quanto prima era stato relegato nell'ombra. Non credo sia un caso che il Sole sia molto presente nel corso della narrazione. Si definisce un essere solare, Vilas, e non si puó non pensare al sole invincibile di tanto pensiero mediterraneo, ad Albert Camus. In tutto c'è stata bellezza e forse è la ricerca del nostro Sole la ragione di una vita.

IN TUTTO C'E' STATA BELLEZZA
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