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JUAN RULFO, IL RACCONTO E L’EVENTO

Juan Rulfo ha consegnato alla letteratura due soli libri. Una raccolta di racconti e un romanzo di poco più di cento pagine: Pedro Páramo.

Subito prima di leggere Pedro Páramo mi è capitato tra le mani un curioso libro di Enrique Vila-Matas Bartebly e compagnia. Un bartebly - dall'omonimo personaggio di un racconto di Melville - è una persona che si nega al mondo. Che non agisce, e se agisce lo fa per poco, in maniera incostante. A chi gli domandi qualcosa su di sé risponde sempre "Preferirei non farlo".

Juan Rulfo ha portato questa sua ostentata negazione ad estremi poco comuni. Se si escludono le annate del '53 e del '55, quando rispettivamente furono dati alle stampe La pianura in fiamme e Pedro Páramo (entrambi Einaudi in Italia), ci sono trent'anni prima e trent'anni dopo di quasi nulla. Un romanzo iniziato nel 1938 e poi distrutto, e un libro, di cui si è conosciuto solo il titolo, e che naturalmente non fu mai scritto.

Pedro-Paramo

Non che non abbia fatto nulla nelle vita, Rulfo è stato impiegato presso l'Ufficio Immigrazione ed è stato sceneggiatore, fondatore di riviste e fotografo. Ma ci deve essere stato qualcosa nel suo rapporto con la parola scritta che non è andato come doveva andare.

Nella bella prefazione a Pedro Páramo, Ernesto Franco parla di questo libro come di un lavoro di sottrazione continua. Come se l'eccesso di parole, di contesto e spiegazione, piegasse troppo la realtà ad un principio di ordine che in natura non esiste, un artificio che perlomeno non interessa all'autore. Leggere Pedro Páramo è il miglior modo possibile per capire cosa è la letteratura per Rulfo.

Questo l'incipit:

Venni a Comala perché mi avevano detto che mio padre, un tal Pedro Páramo, abitava qui. Me lo disse mia madre. E io le avevo promesso che sarei venuto a trovarlo quando lei fosse morta. (...)

E in chiusura della prima pagina:

Ma non pensai a mantenere la promessa. Fino a ora, quando cominciai a sognare, a far volare le illusioni. E in questo modo prese forsa un mondo intorno all'aspettativa rappresentata da quel signore chiamato Pedro Páramo, il marito di mia madre. Per questo venni a Comala. (p.3)

La materia narrata si svolge in un villaggio immaginario del Messico e coerentemente con il paese natale dell'autore si parla di morte fin dal principio. Il narratore, per poco, è Juan Preciado. Siamo subito in medias res e quanto capitato prima è sistemato con tre righe. (Sembra di leggere l'"Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so" con cui inizia Lo Straniero di Camus).

Eppure siamo anche all'inizio di un inganno. Dopo poche pagine infatti cominciamo a pardere di vista Juan, senza renderci nemmeno conto, e ad incontrare invece altri personaggi. Lo facciamo per mezzo di frammenti di dialoghi che compongono il centinaio di pagine e poco più dell'opera. Brevi conversazioni come questa:

Nonna, vengo ad aiutarla a sgranare il granturco.
Abbiamo già finito; ma adesso ci mettiamo a fare la cioccolata. Dove ti eri cacciato? Ti abbiamo cercato per tutto il tempo che durato il temporale.
Ero nell'altro cortile.
E cosa stavi facendo? Pregavi?
No, nonna, stavo solo guardando piovere. (p.14)

Sono gli abitanti di Comala e sono proprio queste esistenze la materia dell'inganno. Fin dall'inizio infatti Juan è informato che il paese è ormai disabitato, eppure li sentiamo parlare, dialogare come fossero vivi, proprio lì, dove adesso sta Juan.

Così mi diceva Damiana Cisneros mentre attraversavamo il paese.
C'è stato un tempo in cui sentivo per molte notti il rumore di una festa. I rumori mi arrivavano fino alla Media Luna. Mi avvicinai per vedere la festa e vidi questo: quel che stiamo vedendo adesso. Niente. Nessuno. Le strade deserte come adesso. (p.46-47)

Ci vogliono ancora un po' di pagine per capire in che realtà ci stiamo muovendo, che quelle che stiamo ascoltando sono proprio le voci degli abitanti ormai morti di Comala. Per usare sempre le parole di Ernesto Franco, avviene in questo libro uno strano scollamento tra le parole e le esperienze raccontate. Come possono parlare i morti tra di loro? I vivi possono sentirli? Sono nelle stesse stanze? Il lettore è dunque frastornato e sono solo due le strade possibili: osteggiare tale condizione o abbandonarsi ad essa. Il dubbio è presto sciolto ed entriamo a Comala senza indugi.

Le pietre, le case, gli uccelli; come squarci su una tela di spazio e tempo Rulfo ci lascia intravedere - o meglio sentire - Comala come è stata e come è perennemente. Un eterno presente in cui anche il morto sottoterra è ancora una voce - e proprio perché nessuno inventa alcunché in letteratura, qui è grande il debito verso il Faulkner di Mentre morivo.

Oltre ai mormorii degli abitanti di Comala, grande protagonista del libro è l'esperienza sensoriale. La pioggia e il vento ad esempio, sono entrambi parte integrante dei dialoghi ridotti all'osso. "Odio l'aggettivazione" dirá Rulfo in una delle poche interviste rilasciate suo malgrado.

Hanno aperto la porta. Una raffica di vento spegne la lampada. Vede l'oscurità e allora smette di pensare. Sente brevi sussurri. Subito dopo sente il battito del suo cuore in palpiti diseguali. Attraverso le palpebre chiuse intravede la fiamma della luce. Non apre gli occhi. I capelli sono sparsi sul viso. La luce accende gocce di sudore sulla sua labbra. Domanda: - Sei tu, padre? - Sono tuo padre, figlia mia. (p.104-105)

(Altro esempio dell'importanza della metereologia nella lirica rulfiana è uno dei racconti di La pianura in fiamme, Luvina):

Lo vedrà anche lei il vento che soffia su Luvina. E' scuro. Dicono sia così perché porta la sabbia del vulcano; quelo che è certo è che è un'aria nera, Lo vedrà anche lei. Si pianta su Luvina attaccandosi alle cose come se le mordesse. (p. 88)

Una volta compreso il meccanismo dietro ogni dialogo è possibile abbandonarsi completamente ai frammenti del Pedro Páramo, sentire gli stessi echi provenienti da ogni interstizio, annusare l'aria e affondare con i piedi nell'argilla.

Juan-Rulfo

Juan lo lasciamo a metà dell'opera, sepolto e ancora pieno di pensieri, e così veniamo a conoscenza della storia e del destino di Pedro Páramo, il lussurioso propietario terriero, padre-padrone del villaggio. C'è stato introdotto come un rancore vivente all'inizio dell'opera e lo lasciamo a terra, anche lui morto fin da prima dell'inizio della narrazone, sgretolato come un mucchio di pietre.

E' difficile non esagerare l'importanza del Pedro Paramo - che inizialmente doveva chiamarsi Los murmullos - nella letteratura del Novecento sudamericana. Con ogni probabilità non avremmo letto nulla della Macondo di Cent'anni di solitudine, e ancora di meno avremmo saputo dei personaggi senza nome della storia del continente, dei suoi scheletri e dei miti fondativi. Credo che anche un'opera come i Detective selvaggi di Bolaño sarebbe state diversa.

Per quanto riguarda Juan Rulfo, alla chiusura dell'ultimo mormorio del Pedro Paramo, posò più o meno per sempre la penna - almeno per il mondo esterno. E' possibile che come sostenga Vila-Matas sia una dei grandi bartleby, uno scrittore del no. Scherzando, ma forse non troppo, Rulfo ammetteva quando interrogato sul perché non scrivesse più: E' che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie. (Bartebly e compagnia, Feltrinelli, p. 16)

C'è in questa frase la grande verità di chi vede la letteratura come racconto, come mito fondativo di una comunità e come megafono - o cimice - per chi non ha voce. Juan Rulfo, come pochi altri, ha scritto giusto qualche centinaio di pagine e con queste ha detto tutto ciò che bisognava dire.

JUAN RULFO, IL RACCONTO E L’EVENTO
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